Washington ha inserito l’ex funzionario libico Osama Najeem Almasri e la moglie nella lista delle persone soggette a restrizioni, vietando loro l’ingresso negli Stati Uniti. Il provvedimento, annunciato dal Dipartimento di Stato, motiva la sanzione con «gravi violazioni dei diritti umani».
Secondo la comunicazione ufficiale, le accuse contro Almasri riguardano torture e «trattamenti crudeli, inumani e degradanti» inflitti a migranti nelle carceri di Mitiga e al Jadida. A queste si aggiungono, sempre secondo Washington, omicidi, lavori forzati e persecuzioni nei confronti di cristiani e di altre minoranze religiose.
L’amministrazione americana ha qualificato tali comportamenti come una minaccia sia per la popolazione libica sia per gli Stati Uniti, giustificando così il divieto di ingresso e le altre restrizioni applicate al generale e alla consorte.
La decisione ha riacceso lo scontro politico in Italia. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha attaccato il governo guidato da Giorgia Meloni e citato i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Andrea Delmastro (Mantovano) per il loro comportamento sull’intera vicenda, allegando uno screenshot di una comunicazione attribuita al segretario di Stato Marco Rubio.
La vicenda giudiziaria di Almasri ha avuto tappe già note nel nostro Paese. Il 18 gennaio 2025 la Corte penale internazionale emise un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti; il giorno dopo Almasri fu arrestato a Torino. Due giorni più tardi la Corte d’appello di Roma disposte la scarcerazione per un vizio procedurale: mancava la richiesta formale del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
A seguito della scarcerazione, il ministro dell’Interno Piantedosi ordinò l’espulsione per motivi di sicurezza nazionale: Almasri fu rimpatriato in Libia con un volo dei servizi segreti italiani. La misura suscitò un acceso confronto istituzionale e accuse secondo cui l’Italia avrebbe sottratto un sospettato alla giustizia internazionale, oltre a dover fornire chiarimenti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Rientrato in Libia, Almasri fu arrestato a Tripoli nel novembre 2025 dopo aver perso l’immunità. Nel giugno 2026 è stato condannato a sette anni e quattro mesi di carcere.