Un cedimento di monte ha innescato un’alluvione-lampo che mercoledì 26 agosto ha devastato la zona di confine tra il Tibet cinese e il Nepal, provocando almeno 95 morti e centinaia di dispersi, tra i quali numerosi turisti stranieri, secondo l’ultimo aggiornamento di Reuters.
La sequenza dei fatti, ricostruita dalle autorità e dagli enti scientifici, è stata rapida e distruttiva. Una porzione di versante si è staccata portando con sé ghiaccio, neve, rocce e detriti che sono precipitati nell’alveo del Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi. Il materiale caduto ha creato una diga naturale che ha trattenuto acqua fino al cedimento, generando una colata di acqua, fango e massi ad alta velocità.
Immagini satellitari di Planet Labs, analizzate dall’Autorità nepalese per la gestione dei disastri e citate da Icimod, mostrano una vasta area devastata a circa venti chilometri a nord-est del valico di Rasuwagadhi. L’Icimod ha definito l’evento «improvviso e inatteso».
Alcuni dati misurati documentano l’entità dell’onda: l’onda di piena si è propagata dal Lhende Khola al Bhote Koshi e poi al Trishuli, investendo Timure, Syapru Besi, Rasuwagadhi e il porto terrestre tibetano di Gyirong. Secondo l’Icimod, il livello del Trishuli è aumentato fino a nove metri in trenta minuti a Galchhi e di sette metri nello stesso intervallo a Malekhu. Diverse stazioni idrometriche sono state distrutte o trascinate via; case, ponti, strade, automobili e centrali idroelettriche sono state travolte, interrompendo comunicazioni e collegamenti tra i due Paesi.
Un terremoto di magnitudo 4,4 è stato registrato dal German Research Centre for Geosciences circa sette minuti prima dell’arrivo della colata ripresa dalle telecamere di sorveglianza. Le stazioni sismiche di Jilong e Zhangmu hanno rilevato segnali anomali, ma non è ancora chiaro se questi segnali derivino dalla scossa, dal cedimento della montagna o dal movimento della massa di detriti: la vicinanza temporale non prova un nesso causale.
Sul possibile ruolo della fusione di neve e ghiaccio, gli esperti concordano che temperature elevate possono aver reso più instabile il versante, facilitando l’ingresso dell’acqua nelle fratture e indebolendo il permafrost che funge da collante naturale. Dan Shugar, dell’Università di Calgary, ha indicato che un ghiacciaio si è spezzato su parete rocciosa a circa 5.200 metri, cadendo verticalmente per oltre un chilometro fino al fondo della valle, e ha collegato il fenomeno al riscaldamento globale. Tuttavia, la comunità scientifica osserva che, per attribuire con certezza il singolo evento al cambiamento climatico, sono necessari dati dettagliati su temperature, quantità di neve fusa, precipitazioni e condizioni di ghiaccio e permafrost.
Il contesto meteorologico non è trascurabile: agosto è il cuore del monsone e il 72,5% delle alluvioni documentate nell’Hindu Kush-Himalaya tra il 1980 e il 2024 si è verificato tra giugno e settembre. La stessa valle era già stata colpita nel luglio 2025, quando lo svuotamento improvviso di un lago glaciale aveva causato una piena che uccise almeno nove persone e distrusse il “Ponte dell’amicizia” tra Nepal e Cina, come riportato dall’Icimod.
Il rischio continua: una nuova ostruzione sarebbe rimasta nel Lhende Khola e potrebbe trattenere altra acqua, con la possibilità di un secondo cedimento. Per questo sono state disposte evacuazioni lungo il corso d’acqua e diramate allerte fino agli Stati indiani del Bihar e dell’Uttar Pradesh.