Secondo un articolo del New York Times, Stati Uniti e Israele avrebbero elaborato piani specifici per una nuova offensiva contro l’Iran da avviare dopo le elezioni di midterm del 3 novembre. Tra gli obiettivi indicati figurano infrastrutture energetiche, impianti nucleari e depositi di missili e droni; la possibile campagna è descritta come breve ma intensa, ma non è certo che il presidente americano Donald Trump ne dia l’autorizzazione.
La notizia arriva in un contesto di crescente pressione militare e diplomatica: decine di caccia dell’aeronautica israeliana hanno condotto una missione fino al confine iraniano, sorvolando Siria e Iraq su un percorso di circa 1.300 chilometri. Il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, avrebbe incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere della situazione, secondo fonti citate dai media.
Washington ha nel frattempo rafforzato la presenza navale nella regione e imposto un blocco ai porti iraniani nello Stretto di Hormuz. La televisione di Stato iraniana ha riferito che nella notte tra mercoledì e giovedì sette petroliere sono state colpite o hanno urtato mine nello Stretto, mentre l’UKMTO ha segnalato una nave colpita da un proiettile di origine sconosciuta al largo dell’Oman: l’equipaggio è salvo e l’incendio è stato domato. Il Wall Street Journal, citando dati della società Kpler, sostiene inoltre che le riserve petrolifere della cosiddetta flotta ombra iraniana si siano esaurite a metà ottobre.
La Repubblica islamica ha risposto a più livelli: la Marina dei Pasdaran ha affermato di aver colpito quattro navi coinvolte in trasferimenti illegali di petrolio e altri vertici iraniani hanno avvertito che, in caso di ripresa delle ostilità, Teheran potrebbe prendere di mira impianti petroliferi e cavi sottomarini. Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito sulle conseguenze “amare” di un conflitto.
Sullo sfondo di queste mosse, il presidente Usa Donald Trump ha rilanciato messaggi duri nei confronti di Teheran prima di partire per l’Iowa: ha dichiarato di avere messo “fuori gioco” l’Iran e che gli Stati Uniti “potremmo spingerci un po’ oltre”, pur affermando anche che l’Iran non otterrà mai un’arma nucleare.
La tensione regionale si è manifestata anche con attacchi sul terreno e contro infrastrutture civili. In Arabia Saudita l’aeroporto internazionale Re Fahd di Dammam è stato colpito: il bilancio aggiornato delle autorità parla di due morti e otto feriti; lo scalo ha poi riaperto alle operazioni. Gli Houthi yemeniti, che hanno intensificato attacchi contro impianti sauditi nelle ultime settimane, non hanno rivendicato immediatamente l’azione.
Sul fronte umanitario, l’Onu e le agenzie internazionali segnalano un aggravarsi della crisi palestinese. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito che “la situazione nei Territori Palestinesi Occupati è fuori controllo” e ha ribadito la necessità di un percorso politico verso una soluzione a due Stati. Le Nazioni Unite hanno inoltre informato i funzionari palestinesi che, a partire da metà novembre, smetteranno di coordinare e accogliere i palestinesi che rientrano dall’Egitto attraverso il valico di Rafah, citando i rischi e i ripetuti arresti subiti dai rientranti: tra questi un caso recente, del 20 ottobre, ha riguardato una donna malata di cancro e sua figlia arrestate al rientro. L’Onu afferma di chiedere alle parti di individuare un altro ente disponibile, ma il ritiro avverrà anche in assenza di un sostituto; la Croce Rossa ha già declinato l’incarico.
Nella Striscia di Gaza aumentano le difficoltà di approvvigionamento: la riduzione dell’assistenza del Programma alimentare mondiale farà scendere le persone assistite da 1,6 milioni a 1,1 milioni. La carenza di farina e carburante ha prodotto code sempre più lunghe davanti ai panifici e, secondo i sindacati locali, molti stabilimenti rischiano di chiudere entro 48 ore. Non si arrestano nel frattempo gli attacchi aerei e i raid che continuano a provocare vittime civili, mentre il ministero della Salute di Gaza aggiorna i conteggi dei morti e dei feriti dall’inizio del conflitto.
La moltiplicazione di scenari militari, economici e umanitari nella regione porta con sé il rischio di una nuova escalation: per ora i piani operativi sono al centro di valutazioni e consultazioni tra Washington e Tel Aviv, ma la loro esecuzione dipende da decisioni politiche ancora non formalizzate.