La guerra tra Stati Uniti e Iran non è conclusa: lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso e i porti iraniani sono stati nuovamente sottoposti a un blocco da parte di Washington. Non sono partiti negoziati dettagliati sul programma nucleare, mentre il memorandum del 17 giugno non si è trasformato nella tregua più ampia che era stata annunciata.
Secondo quanto emerso, Teheran aveva chiesto concessioni sostanziali — tra cui uno sviluppo da “almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo”, la revoca di sanzioni per permettere la vendita del petrolio e un negoziato con l’Oman sulla gestione dello Stretto — ma l’Amministrazione americana ha risposto negativamente e ha pubblicamente rinnegato più punti chiave dell’intesa di giugno.
La finestra di 60 giorni prevista dal memorandum per avviare colloqui trasformativi si è chiusa senza che le parti abbiano raggiunto un accordo. Il Washington Post descrive lo scenario come il tipo di conflitto “senza fine” che Donald Trump sosteneva di poter evitare: un confronto privo di una chiara soluzione militare o diplomatica e con costi economici e politici rilevanti.
Il presidente ha reagito attaccando anche Paesi alleati: oltre a minacciare di bombardare l’Oman “se dovesse mettersi in mezzo”, ha ordinato al Pentagono di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud. Per la Cnn questi gesti svelano una politica estera priva di una strategia convenzionale, orientata più dall’istinto che dal confronto con diplomatici ed esperti. Christopher Hill, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato, ha osservato che nel secondo mandato Trump rischia di consolidare la fama di “persona estremamente inaffidabile”.
Non mancano interpretazioni diverse all’interno dell’Amministrazione. Da Manila Elbridge Colby, responsabile per le questioni politiche al Pentagono, ha contestato la narrazione secondo cui l’America sarebbe oggi troppo inaffidabile per collaborare, parlando invece di un approccio definito dal “buon senso” e da un pragmatismo che mette al primo posto gli interessi americani.
Il protrarsi del conflitto ha ripercussioni anche sul piano politico interno. A fine agosto saranno trascorsi sei mesi dall’avvio delle operazioni militari degli Stati Uniti e Israele, il 28 febbraio: un arco temporale che, secondo analisti citati dal Post, ha inciso sulla fiducia degli elettori verso il presidente e potrebbe influenzare i risultati dei Midterm. Lee Miringoff del Marist University Institute for Public Opinion sottolinea che per molti elettori la guerra in Iran è strettamente legata alle questioni economiche.
Esperti come Alan Eyre, ex diplomatico ora al Middle East Institute, evidenziano che il conflitto ha “sconvolto un sistema complesso”. Robert Kagan del Brookings Institution avverte che gli Stati Uniti dispongono di poche opzioni militari credibili in Iran e che il Paese ha in pratica sottratto a Washington il controllo dello Stretto di Hormuz per il prossimo futuro. L’Amministrazione ripone quindi grandi speranze nella pressione economica, nella speranza di spingere Teheran al cosiddetto “breaking point”; ma Kagan osserva anche che, in assenza di un’escalation e con prezzi della benzina contenuti, l’opinione pubblica americana potrebbe perdere interesse verso una sconfitta strategica, condizione che lascerebbe a Trump la possibilità di raccontare politicamente il risultato.
I sondaggi riflettono già tensioni nel consenso: secondo un rilevamento Economist-YouGov, l’approvazione di Trump tra gli elettori repubblicani è al 79%, il livello più basso del suo secondo mandato, e la quota di repubblicani che approvano in toto il suo operato è scesa dal 68% al 48%. Oltre al conflitto, gli elettori manifestano frustrazione per inflazione, prezzi dei carburanti e altri problemi economici che, secondo osservatori citati dal Post, sono sempre più intrecciati alle scelte di politica estera.