Gerusalemme — A tre anni dalla strage di Re’im, il memoriale del festival Nova è luogo di ricordo e di dolore che non si è ancora ricomposto. Chi arriva passa le mani sulla sabbia del deserto raccolta nei giorni scorsi; non sono tombe, dicono, ma l’atmosfera è quella di una perdita che pesa come una sepoltura.
I volti sorridenti dei giovani uccisi tre anni fa colpiscono chi li guarda. Dror, che non era mai tornato in questi anni per il troppo dolore, ha deciso di accompagnare la figlia Eden per sistemare il punto che ricorda suo figlio, partito per Nova con degli amici e mai più tornato.
Le storie emergono e riaprono i cassetti della memoria. Jacob racconta del figlio Alon, poliziotto: si trovava lungo la strada dove i ragazzi cercavano di fuggire, è rimasto ore per cercare di garantire una via di uscita sicura e poi è stato ucciso, insieme a molti altri.
La perdita si mescola alla sfiducia. Ayala dice di non credere più a nessuno e spera in un cambiamento della vita del Paese dopo le prossime elezioni; aggiunge che la gente deve ancora guarire per quanto accaduto tre anni fa. Alla domanda se abbia pensato alle sofferenze dall’altra parte della barriera nella Striscia di Gaza, risponde: “Mi interessa solo di noi”.
Non ci sono risposte definitive al memoriale di Re’im. Rimangono il ricordo dei nomi, il dolore dei parenti e una ferita che fatica a rimarginarsi.