Midterm Usa, oltre alle elezioni anche 165 referendum in 40 Stati: dal diritto all’aborto alla “tassa sui miliardari” in California

Oggi, 3 novembre 2026, gli elettori statunitensi sono chiamati alle urne non solo per rinnovare la Camera e il Senato, ma anche per decidere su una fitta mappa di referendum statali e locali. Secondo i dati disponibili si vota su circa 165 quesiti in 40 Stati, oltre a centinaia di iniziative locali.

Molti quesiti riguardano temi sensibili come l’aborto, con quattro Stati che si pronunciano sulla protezione costituzionale del diritto alla scelta. In Idaho e Nevada gli elettori votano per inserire la tutela nel testo costituzionale dello Stato; un quesito analogo riguarda la libertà riproduttiva in Virginia. Diverso il caso del Missouri, dove è in votazione un emendamento sostenuto dai repubblicani volto a introdurre restrizioni e divieti molto ampi.

Altri referendum mettono in gioco diritti delle persone transgender e norme sull’assistenza sanitaria per i minori. In Arizona, Colorado, Nebraska e Washington sono in votazione norme che fissano l’accesso alle squadre sportive femminili in base al sesso biologico. Colorado e Missouri affrontano, inoltre, quesiti sul divieto di trattamenti medici per l’affermazione di genere destinati ai minori.

Il sistema elettorale è al centro di numerose proposte. Sei Stati — Arizona, Colorado, Nevada, North Carolina, Ohio e Oklahoma — votano sull’obbligo di esibire un documento di identità per poter votare. Altri sei Stati — Alaska, Arizona, Arkansas, Kansas, South Dakota e West Virginia — propongono di esplicitare che solo i cittadini statunitensi possono partecipare alle elezioni locali e statali. In Alaska è inoltre in votazione l’eventuale abrogazione del sistema di primarie aperte introdotto nel 2020.

La questione delle tasse e della redistribuzione trova il suo laboratorio politico più osservato in California, dove sono posti ai votanti quattordici quesiti statali. Al centro del dibattito c’è la Proposition 40, che prevede un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni superiori a 1,1 miliardi di dollari dei residenti californiani. Il patrimonio imponibile includerebbe partecipazioni societarie, titoli, opere d’arte, oggetti da collezione e proprietà intellettuale, escludendo invece immobili, fondi pensione e risparmi previdenziali. Il 90% delle entrate sarebbe destinato alla sanità pubblica e il restante 10% a programmi di assistenza alimentare e istruzione.

Contro la Proposition 40 si sono mobilitati esponenti e comitati finanziati da grandi patrimoni, compresi membri della Silicon Valley. Due misure concorrenti, la Proposition 42 e la Proposition 41, sono state presentate con l’obiettivo di neutralizzare la tassa: la 42 vieterebbe nuove imposte statali sui beni personali, incluse azioni e partecipazioni, e se ottenesse più voti della 40 quest’ultima verrebbe annullata automaticamente; la 41 introducerebbe controlli amministrativi più rigorosi sull’utilizzo delle entrate derivanti da nuove imposte. Tra i sostenitori dei quesiti che puntano a bloccare la tassazione è citato il cofondatore di Google, Sergey Brin. I promotori di queste contromisure hanno investito nella campagna somme che sono probabilmente superiori all’importo che la nuova tassa richiederebbe.

A temi apparentemente più locali ma dal potenziale impatto nazionale si legano 39 iniziative su data center in Stati come Michigan, Florida e California: gli elettori sono chiamati ad approvare o bloccare la costruzione di strutture energivore diventate strategiche per le grandi società di intelligenza artificiale. Sempre sul piano locale, a Washington D.C. e a Denver è in votazione il divieto di vendita e produzione del foie gras.

Altre proposte riguardano imposte sulla prima casa: Stati come Florida, Wyoming, Louisiana e North Carolina valutano tagli o limiti alle tasse sulla residenza principale. Infine, Missouri, Maryland e Colorado hanno quesiti legati alla ridefinizione dei collegi congressuali, il cosiddetto gerrymandering.

Il voto di metà mandato è osservato anche come un referendum sull’amministrazione nazionale: il midterm è interpretato come una prova pro o contro il presidente Donald Trump, la cui popolarità è indicata in questi giorni ai minimi storici.

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