La vittoria dei democratici alle elezioni di midterm del 5 novembre 2026, che ha restituito al partito la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, ha aperto una nuova fase nei rapporti tra la Casa Bianca e i grandi gruppi tecnologici della Silicon Valley.
Lo scenario politico muta rispetto a quanto visto due anni fa, quando la cerimonia d’insediamento di Donald Trump era stata accompagnata dall’immagine dei principali magnati del digitale al suo fianco. Secondo il giornalista e saggista Michele Mezza, intervenuto in un’intervista, quella stagione di stretta integrazione fra interessi privati e strategie governative appare ora definitivamente incrinata.
Mezza sottolinea che il campo democratico non è omogeneo: figure come Bernie Sanders propugnano misure forti, fino a ipotesi di nazionalizzazione parziale delle imprese dell’intelligenza artificiale, mentre altri esponenti guardano a un’impostazione più simile all’ordine esecutivo firmato da Joe Biden pochi giorni prima del voto, che considerava dati e algoritmi come beni da integrare con i servizi pubblici. Quel provvedimento, sostengono alcuni osservatori, mirava a ricondurre l’IA nell’ambito del servizio pubblico e a competere sul fronte del soft power con la Cina.
Sul fronte dei mercati, Mezza osserva che i cali recenti dei titoli legati all’IA non sarebbero tanto l’annuncio dello scoppio di una bolla quanto un’anticipazione dell’esito elettorale: gli investitori avrebbero intercettato segnali reali e virtuali — dall’iscrizione alle liste elettorali alla discussione online — e utilizzato strumenti di previsione come Polymarket e Kalshi, che scommettevano sulla sconfitta di Trump. Resta però scettico sull’ipotesi di una crisi finanziaria nel settore tech, ritenendolo ormai troppo integrato nell’economia per un tracollo volontario.
Il nuovo equilibrio al Congresso può tradursi in un potente controllo sulla spesa pubblica: Mezza avverte che la possibilità di congelare decisioni di bilancio potrebbe mettere sotto osservazione grandi contratti tra Pentagono e aziende dell’intelligenza artificiale. L’idea che il bilancio statale serva da «salvadanaio» per progetti privati rischia di finire, con la necessità di rinegoziare affidamenti e modelli applicativi senza paralizzare i servizi pubblici interessati.
Rileggendo l’ordine esecutivo di Biden, Mezza individua principi che trasformerebbero la natura del mercato digitale, trattando i dati come beni comuni e gli algoritmi come frutto di una conoscenza collettiva. Secondo l’analisi, quel testo avrebbe individuato una strada per ripensare la relazione tra pubblico e privato nell’intelligenza artificiale.
Sul piano europeo, la ridotta complicità di Washington potrebbe offrire a Bruxelles lo spazio per applicare regole più stringenti alle grandi piattaforme. Mezza mette però in guardia: in Europa il processo normativo presenta segnali di rallentamento — citando anche ritardi legati al GDPR — e la lunga vigilia elettorale nel Vecchio continente può rendere l’occasione difficilmente sfruttabile. Nel contempo, la pressione cinese, con offerte di modelli di IA a basso costo e pratiche di apertura che limitano l’accesso ai codici sorgente ma consentono l’uso dei pesi di addestramento, complica ulteriormente il quadro.
Infine, Mezza interpreta gli allarmi lanciati da figure come Sam Altman, Chris Amodei e i vertici di Google come una forma di tutela contro il rischio di essere sorpassati dalla Cina. Pechino ha adottato una strategia di apertura che potrebbe conquistare quote di mercato occidentali, offrendo strumenti che favoriscono l’adozione industriale, ma che possono portare anche a pratiche di tracciamento e profilazione. Nei prossimi mesi, in base a questa lettura, la politica dovrà confrontarsi con il dualismo tra modelli proprietari americani e approcci più aperti sostenuti dalla Cina, con possibili ripercussioni su investimenti, regolazione e competitività tecnologica.