Alluvione tra Nepal e Tibet: cedono argini di un lago tibetano, allerta per nuove esondazioni e bilanci ancora contrastanti

Una frana che ha interessato l’area di confine tra Nepal e Tibet ha provocato il cedimento degli argini di un lago artificiale sul versante tibetano, generando nuove ondate di piena e il rischio di ulteriori esondazioni. La polizia nepalese ha lanciato un allarme urgente: “Spostarsi subito in luoghi sicuri”, esortando soccorritori e popolazione a portarsi in quota.

I numeri ufficiali disponibili dalla giornata variano a seconda delle fonti. La polizia nepalese ha comunicato che 2.381 persone risultano disperse, tra cui 644 cittadini stranieri; nello stesso aggiornamento si segnala che 1.545 persone erano già state tratte in salvo in varie località. In precedenza l’Autorità nazionale per la riduzione del rischio di catastrofi (Ndrrma) aveva indicato 538 corpi recuperati e 3.742 persone soccorse.

Altri aggiornamenti ufficiali riportano conteggi parziali e differenziati: la Polizia aveva comunicato in mattinata 547 vittime; media internazionali e agenzie hanno rilanciato successivi bollettini che portano il totale delle vittime fino a 579 secondo l’agenzia nazionale per la gestione delle emergenze, mentre il conteggio dei dispersi è oscillato tra le diverse rilevazioni (1.924 e 2.381 nelle comunicazioni ufficiali). Le autorità hanno inoltre segnalato che tra i dispersi figurano cittadini di almeno 36 Paesi; un aggiornamento ha indicato 575 stranieri dispersi e 149 nepalesi.

Sulla sola sponda cinese, le autorità hanno indicato che cinque persone sono morte e 558 risultano disperse dopo la frana nella contea di Gyirong. Le squadre di soccorso cinesi hanno ripreso le operazioni dopo una temporanea sospensione dovuta al rischio di nuove ondate provocate dal bacino di sbarramento; la televisione di Stato CCTV e il ministero delle Risorse Idriche cinese hanno riferito che il livello del lago si è abbassato di circa 10 metri rispetto al picco raggiunto il giorno precedente.

Le operazioni di soccorso procedono in condizioni estremamente difficili. Il distretto di Rasuwa è stato descritto dalle autorità come “completamente isolato” e molte aree sono raggiungibili solo via elicottero. L’esercito nepalese ha diffuso immagini e resoconti di interventi complessi: sono state tratte in salvo centinaia di lavoratori intrappolati nel tunnel del progetto idroelettrico Upper Trishuli-1, mentre un video dell’esercito documenta il salvataggio di due persone dalle gallerie. Secondo i rapporti, circa 350 persone erano rimaste intrappolate in un tratto di tunnel e le operazioni proseguono per raggiungerne altre centinaia.

Le organizzazioni umanitarie sul campo segnalano danni estesi a infrastrutture e servizi. Save the Children segnala almeno 69 scuole distrutte o gravemente danneggiate nei distretti settentrionali, mettendo a rischio l’istruzione di migliaia di bambini; l’Unicef stima che almeno 17.000 minori abbiano urgente bisogno di assistenza. La Croce Rossa parla di circa 93.000 persone colpite. L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala danni a sei strutture sanitarie e l’assenza di otto operatori sanitari.

La risposta internazionale include stanziamenti e aiuti: l’Unione europea ha annunciato un contributo di 2 milioni di euro per assistenza immediata, la Commissione ha attivato anche il servizio satellitare Copernicus; il Canada ha promesso 5 milioni di dollari canadesi; la Corea del Sud ha annunciato un milione di dollari di aiuti attraverso organizzazioni internazionali. La Conferenza episcopale italiana ha disposto uno stanziamento complessivo di 500.000 euro destinato, tra gli altri Paesi, al Nepal.

Il governo nepalese al momento ha comunicato di non avere bisogno “per ora” di squadre straniere di ricerca e soccorso, affermando che le forze nazionali stanno gestendo le operazioni; diverse nazioni avevano offerto aiuti e inviato team. Le ambasciate e i servizi consolari continuano le verifiche: la Farnesina ha inviato a Kathmandu una task force dell’Unità di crisi per assistere i connazionali, tra i quali risultano ancora dispersioni, compresi tre italiani.

Le criticità sul terreno restano elevate: ponti e strade principali sono crollati, molti villaggi risultano isolati e gli accessi sono spesso possibili solo con mezzi aerei. Organizzazioni locali come Caritas avvertono che i soccorsi faticano a raggiungere le aree più colpite e invitano a spostare popolazioni verso altitudini più elevate in vista del rischio di nuove esondazioni.

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