Artemisia a Firenze: al Museo degli Innocenti la grande mostra sugli anni 1613-1620

Il Museo degli Innocenti di Firenze ospita, dal 20 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, una mostra incentrata sugli anni che Artemisia Gentileschi trascorse in città tra il 1613 e il 1620. Per la prima volta una rassegna di ampia portata approfondisce quel periodo fondamentale della sua carriera, con oltre cinquanta opere provenienti da più di quaranta musei e collezioni internazionali.

Artemisia arrivò a Firenze nel 1613, poco più che ventenne, dopo l’esperienza romana segnata dal processo contro Agostino Tassi. Accompagnata dal marito Pierantonio Stiattesi, si impose rapidamente nel contesto fiorentino, segnato dalla corte medicea di Cosimo II, Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria, e intrecciò relazioni con committenti nobili, artisti e uomini di lettere.

Il percorso espositivo mette in evidenza la capacità di Artemisia di coniugare il naturalismo caravaggesco con la tradizione fiorentina di elegante ricchezza cromatica. Le tele in mostra, provenienti da istituzioni come i Musei Vaticani, gli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Houghton Hall Collection e Palazzo Madama a Torino, dialogano con opere di Cristofano Allori, Francesco Furini, Cesare Dandini e Lorenzo Lippi.

Al centro della rassegna si trovano eroine bibliche e sacre – Giuditta, Maddalena, Cleopatra, Caterina – ritratte con nuova intensità psicologica e concretezza fisica. Tra i capolavori esposti spicca una versione autografa e rara di Giuditta con l’ancella (circa 1610-1620), appartenente oggi a una collezione privata romana; l’opera era stata attribuita a Caravaggio nel catalogo della Collezione Corsini del 1880 e successivamente restituita alla mano di Artemisia grazie agli studi di Roberto Longhi.

A fare da apertura al percorso è il Ragazzo che monda un frutto, uno dei primissimi lavori romani di Caravaggio, databile alla metà degli anni Novanta del Cinquecento. La tela, riaffiorata alla luce critica nel 1996 dopo un’asta londinese e riassegnata al Merisi dallo storico dell’arte John T. Spike, continua a sollevare dibattiti per le molteplici stesure esistenti.

Il soggiorno fiorentino segnò anche traguardi professionali importanti: Artemisia fu chiamata da Michelangelo Buonarroti il Giovane a partecipare al cantiere decorativo di Casa Buonarroti, dove fu l’unica donna ad affiancare i maggiori maestri locali realizzando l’Allegoria dell’Inclinazione (1615-1616). Nel 1616 ottenne l’ammissione all’Accademia delle Arti del Disegno, divenendo tra le prime donne a entrare nell’istituzione fondata da Giorgio Vasari.

La mostra documenta inoltre rapporti intellettuali e pratiche lavorative: la corrispondenza con Galileo Galilei testimonia una vicinanza agli studi scientifici del tempo, e diversi storici segnalano come certe soluzioni pittoriche di Artemisia — dalla resa delle traiettorie del sangue alla rappresentazione delle parabole delle lame — risentano dell’influenza degli ambienti galileiani. Gli archivi mettono in luce anche la sua vocazione d’impresa: in un’epoca in cui alle donne erano negati pieni poteri contrattuali e bancari, Artemisia ottenne una parziale autonomia economica e difese con fermezza i propri compensi, arrivando a scrivere, per esempio, «Finché vivrò avrò la certezza del mio valore».

La rassegna presenta inoltre la storia della riscoperta critica dell’artista: fu lo storico Roberto Longhi, nel 1916, a restituire ad Artemisia la paternità di opere fino ad allora attribuite ad altri e a rilanciare la sua posizione nella storia dell’arte italiana.

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