Un film che mette al centro lo sguardo di una ragazza e lo trasforma in cronaca di un tempo segnato dalla paura. Dua, opera di Blerta Basholli presentata alla Festa del Cinema, è ambientata a Pristina all’inizio del 1999 e segue la crescita forzata di una quattordicenne in un contesto di persecuzione della minoranza albanese e musulmana.
La protagonista, Dua, è interpretata da Pinea Matoshi. Nel racconto familiare compaiono i genitori Bekim e Zana; la madre è indicata come interpretata da Yllka Gashi, mentre il fratello maggiore Vegim è interpretato da Andi Bajgora. Nel testo della recensione compare l’indicazione Bekim (Pinea Matoshi) accanto al nome del padre: il passaggio è riportato così com’è nella fonte.
La vicenda descrive una quotidianità sempre più compressa: in strada, a scuola e nei negozi la popolazione serba e le forze dell’ordine esercitano umiliazioni e aggressioni. Per Dua, oltre alla minaccia esterna, è il tempo dei primi cambiamenti, delle piccole rivoluzioni tipiche dell’adolescenza. La scoperta dell’omicidio di una compagna di scuola segna una svolta: da quel momento le settimane successive sono segnate da un crescendo di tensione che avvicina la famiglia al bivio tra la fuga e la resistenza.
Basholli lavora su un registro che attinge al neorealismo e al film al femminile contemporaneo francese, secondo la recensione, richiamando titoli recenti come La Petite Dernière e Love Letters. Girato a Pristina, il film privilegia il punto di vista della protagonista, assembla primissimi piani e soggettive e usa con misura ciò che non mostra, affidandosi spesso al silenzio degli interpreti.
Tra i temi forti del film emergono la solitudine femminile e la violenza di genere, raccontate come conseguenze dell’odio che si scarica nella vita quotidiana. La presa di coscienza di Dua si traduce anche in azioni concrete: nuove amicizie, l’avvicinamento al judo e una volontà di difendersi che diventa metafora di una maturazione politica. Le compagne si rifugiano nella musica e nella televisione; Dua sceglie un percorso diverso e rischioso, che la espone a pericoli ben delineati nella regia della Basholli.
La regia evita l’eccesso melodrammatico e costruisce invece una progressione intensa che porta alla tragedia senza rinunciare a un finale