Gli Stati Uniti hanno ufficialmente avviato una campagna economica di vasta portata contro l’Iran, annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent come la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro Teheran. L’operazione, definita “Economic Outcast”, punta a isolare il regime interrompendo i legami finanziari e commerciali con il resto del mondo.
In conferenza stampa Bessent ha reso noto l’imposizione di sanzioni contro 60 entità, individui e navi accusati di aiutare l’Iran a ottenere tecnologie illecite, condurre cyber attacchi e generare ricavi dal petrolio. Ha aggiunto che la portata delle sanzioni secondarie si estende a cinque settori chiave: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi. Qualsiasi soggetto che faciliti il riciclaggio di denaro per conto di Teheran sarà escluso dal sistema del dollaro statunitense.
Il capo del Tesoro ha sollecitato i partner internazionali a “scegliere” tra Stati Uniti e Iran, ammonendo che nessuno è al di sopra delle sanzioni secondarie. Bessent ha inoltre affermato di voler concedere tempo ai paesi per adeguarsi, ma di muoversi “molto rapidamente” qualora non lo facessero.
Teheran ha risposto con durezza. Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Mohsen Rezaei ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz “è chiuso e non riaprirà fino a quando gli Usa non cambieranno atteggiamento”. Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha sostenuto che i partner commerciali iraniani non prendono sul serio le minacce americane e ha criticato la capacità dell’economia statunitense di limitare ulteriormente le relazioni internazionali. Il ministro dell’Economia Ali Madanizadeh ha parlato di un “piano biennale” per contrastare le nuove misure e ha definito l’offensiva destinata a fallire.
Altre voci ufficiali interne hanno descritto la situazione in termini di pressione ma non di collasso: Masoud Pezeshkian, in un discorso televisivo, ha ammesso che l’Iran affronta “molte difficoltà”, ma ha sostenuto che il Paese non si troverà nella condizione del Venezuela e ha invitato a cercare una soluzione negoziale in posizione di vantaggio.
A livello legislativo, il parlamento iraniano ha approvato una norma che introduce una “tariffa di servizio” per le navi in transito nello Stretto di Hormuz, da riscuotere in rial o altra valuta ritenuta appropriata dalla Repubblica islamica. L’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha inoltre inserito 46 navi in una lista di presunte violazioni delle disposizioni iraniane per il transito, avvertendo di possibili multe, fermi o confische.
La tensione nelle rotte marittime si riflette anche nei numeri di traffico: i dati di navigazione citati da fonti di monitoraggio indicano che nel fine settimana meno di 20 navi mercantili hanno transitato per Hormuz, con alcuni natanti che hanno spento i trasponder durante il passaggio.
Sul piano economico interno, la valuta iraniana ha registrato un crollo: il rial è scambiato attorno a 1,992 milioni per dollaro sul mercato non regolamentato, segnando un forte calo in seguito alle minacce e agli annunci americani.
La stretta statunitense si accompagna a sviluppi militari e sicurezza nella regione. Gli attacchi israeliani hanno colpito la Striscia di Gaza — tra cui il campo profughi Al-Shati e un’area di Khan Younis — e il Libano meridionale, dove il villaggio di Mansouri è stato oggetto di due raid aerei. Il presidente del consiglio comunale di Mansouri, Haidar Mdaihli, ha denunciato una “operazione di distruzione sistematica”, riferendo che uno dei quartieri è stato bombardato con fosforo bianco, che ville e abitazioni costose sono state rase al suolo, e che quasi 850 case sono state distrutte o gravemente danneggiate, con circa 4.500 residenti sfollati e il villaggio ora deserto.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno comunicato di aver ucciso due membri di un commando di Hamas coinvolti negli attacchi del 7 ottobre; l’esercito ha inoltre rivendicato altri attacchi mirati nella Striscia. Fonti sanitarie palestinesi riferiscono che due raid nella Striscia di Gaza hanno causato almeno due morti, tra cui un bambino di 4 anni, e diversi feriti. In Cisgiordania, fonti locali riportano la morte di un quattordicenne durante un’operazione militare a Nablus.
Nel Mar Rosso i ribelli Houthi, affiliati all’Iran, hanno rivendicato un attacco con un missile balistico a una petroliera saudita al largo di Yanbu, provocando un incendio a bordo secondo il loro portavoce. Le autorità marittime avevano segnalato l’incendio e che l’equipaggio risultava salvo.
Intanto, gli Stati Uniti hanno allestito in Israele, vicino al valico di Kerem Shalom, una nuova base logistica denominata LSA Endurance destinata a sostenere la forza internazionale prevista dal piano Usa per Gaza; la struttura sarebbe stata costruita in pochi mesi e, secondo fonti locali, può ospitare già circa 1.500 soldati, con presenze statunitensi evidenti nell’area.
Reazioni internazionali riflettono la richiesta di una soluzione diplomatica. Francia e Arabia Saudita, in una dichiarazione congiunta dopo un incontro all’Eliseo, hanno esortato a una soluzione negoziata del conflitto con l’Iran e chiesto a Teheran di ristabilire la piena cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica; nel comunicato hanno anche sollecitato il ripristino della normale navigazione nello Stretto di Hormuz, senza restrizioni.
Infine, sul fronte politico interno israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha elogiato l’iniziativa degli Stati Uniti contro l’Iran e ha affermato che Teheran avrebbe tentato di uccidere uno dei suoi figli, rivelazione la cui pubblicazione sarebbe stata vietata per mesi. Netanyahu ha inoltre pubblicamente ringraziato Trump e Bessent per la pressione esercitata su Teheran.