La cronaca recente è segnata da episodi di violenza compiuti da ragazzini che riaccendono la domanda di sempre: dov’erano i genitori? Negli ultimi mesi si sono susseguite aggressioni gravi e filmate, con conseguenze che hanno portato il tema della responsabilità familiare e sociale al centro del dibattito pubblico.
A settembre a Roma un ragazzo di 13 anni ha accoltellato in classe la sua insegnante mentre riprendeva l’aggressione con il cellulare. Qualche mese prima un altro coetaneo aveva tentato un gesto simile a San Vito Lo Capo. Lo scorso marzo, in una scuola media della provincia di Bergamo, si è verificata un’aggressione ancora più feroce nei confronti di una docente, anch’essa ripresa in video.
Atti di questo tipo non sono più casi isolati: i presidi hanno la possibilità di richiedere controlli con metal detector negli istituti. Non si limitano agli accoltellamenti; nelle ultime settimane si sono registrati anche pestaggi e spedizioni punitivi, come l’assalto a un supermercato di Modena compiuto da una maxi baby gang che aveva messo a soqquadro il negozio.
Di fronte a questi fatti, l’interrogativo sulla responsabilità delle famiglie è inevitabile. Molti commentatori parlano di una possibile “latitanza affettiva”: genitori assenti, non autorevoli o distratti che possono risultare fatali in età fragile. Tuttavia, mettere automaticamente la colpa sulle famiglie rischia di diventare un automatismo sociale che fornisce un capro espiatorio immediato senza affrontare altri livelli di responsabilità.
Il fenomeno si intreccia con la diffusione di contenuti di psicologia semplificata sui social: reel e post che catalogano tipi di genitori o invitano a raccontare com’era la propria casa d’infanzia hanno creato una narrativa che talvolta presenta le ferite passate come giustificazioni definitive per i comportamenti attuali. Questo tipo di comunicazione può produrre una forma di consolazione che allenta il senso di responsabilità individuale.
Per chi è diventato adulto, la riflessione proposta è netta: conoscere le origini delle proprie ferite è importante, ma non può diventare un alibi permanente. Continuare a imputare i conflitti personali esclusivamente ai genitori oltre i trent’anni o i quaranta equivale — secondo l’analisi — a un ritorno di infantilismo che impedisce il lavoro personale di cambiamento. Conoscere il passato non deve significare rinunciare a scegliere come vivere il presente.