Tirana vive il sesto giorno consecutivo di manifestazioni e scontri contro il governo di Edi Rama. La tensione in città è alta: si registrano violenze nelle piazze, cassonetti dati alle fiamme e danni a negozi.
Davanti all’ufficio del premier sono state disposte ruspe per rimuovere i sampietrini dal viale dei Martiri della Nazione, con l’obiettivo dichiarato di impedire che vengano usati come proiettili. I manifestanti hanno lanciato sassi, bombe molotov e razzi pirotecnici contro le forze dell’ordine. In risposta la polizia ha impiegato lacrimogeni, idranti e proiettili in gomma.
Il governo segnala 272 feriti, dei quali 169 sono agenti. Sono 194 le persone arrestate e 388 quelle denunciate, secondo i conteggi della polizia. Nel corso delle proteste sono stati presi di mira ministeri, il Parlamento, la Corte suprema, una sede della Banca centrale, un commissariato e anche l’ingresso della nunziatura della Santa Sede.
La mobilitazione è partita dagli studenti, che lamentano rette universitarie elevate, strutture fatiscenti, scarse prospettive di lavoro e problemi di corruzione. La protesta è inoltre radicata nella cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri”, nata contro la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan collegato a Jared Kushner, genero di Donald Trump. La richiesta principale dei manifestanti è la dimissione del premier; la richiesta è sostenuta anche dall’opposizione guidata da Sali Berisha.
Il premier Edi Rama rimane in carica. In un videomessaggio ha parlato di presunte “interferenze straniere” e ha affermato che nei giorni scorsi sarebbe stato neutralizzato un drone esplosivo diretto al suo ufficio; tale circostanza non è stata verificata. Rama ha anche collegato la situazione al percorso di adesione all’Unione Europea.
Da Bruxelles è arrivata la condanna per le violenze, mentre l’ambasciata degli Stati Uniti ha invitato alla moderazione. Nel 2018, dopo una precedente rivolta studentesca, Rama fu costretto a sostituire otto ministri.