Tensione in Medio Oriente: Trump minaccia l’Iran, Teheran avverte ritorsioni e rivendica l’abbattimento di un drone

Il clima di tensione in Medio Oriente si è ulteriormente aggravato dopo le dichiarazioni del presidente statunitense e le risposte ufficiali di Teheran, mentre le Nazioni Unite chiedono verifiche su episodi drammatici che coinvolgono personale internazionale.

Dal suo ufficio nello Studio Ovale Donald Trump ha detto di dover prendere una decisione sull’Iran e ha avvertito che potrebbe “distruggere il Paese”, affermando che la decisione verrà resa nota a breve.

A Teheran la reazione è stata netta. Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha avvertito che in caso di attacco l’Iran colpirebbe tutte le risorse del “nemico americano, senza riguardo ad alcuna restrizione geografica”. Akraminia ha inoltre affermato che l’unica via per riaprire lo Stretto di Hormuz è l’adozione, da parte degli Stati Uniti, delle sette condizioni che l’Iran ha comunicato tramite i mediatori del Qatar.

In un altro sviluppo, la Forza aerospaziale delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) ha dichiarato di aver abbattuto un quinto drone di ricognizione Usa nei pressi dell’isola di Qeshm. Secondo i media statali iraniani il velivolo, identificato come un modello MQM-170, sarebbe stato neutralizzato con strumenti di guerra elettronica che avrebbero consentito di assumere il controllo del drone e forzarne l’atterraggio o la caduta. La rivendicazione, però, non ha finora ricevuto conferme autonome né riscontri dal Pentagono o dal comando centrale statunitense.

In questo contesto, il primo ministro iracheno Ali Faleh Al Zaidi ha ribadito a Trump, nel corso di una conversazione telefonica, l’opposizione di Baghdad all’utilizzo del territorio iracheno per lanciare attacchi contro Paesi vicini. Il premier ha esortato a privilegiare dialogo e diplomazia per evitare un’ulteriore escalation regionale e ha sottolineato la necessità di rafforzare il coordinamento e le consultazioni tra Baghdad e Washington.

Le Nazioni Unite hanno intanto chiesto l’apertura di un’inchiesta «indipendente, imparziale e trasparente» sulla morte di Mohammad el Shami, funzionario Onu deceduto mentre era trattenuto dalle milizie Houthi in Yemen. Il portavoce dell’Onu Stéphane Dujarric ha espresso preoccupazione per possibili maltrattamenti e per la mancata comunicazione tempestiva alle autorità competenti e alla famiglia. Le Nazioni Unite hanno rinnovato l’appello per il rilascio immediato e incondizionato del personale Onu e degli operatori umanitari ancora detenuti dai ribelli yemeniti.

A sud del Libano l’Unifil ha registrato una situazione di grave rischio per i peacekeeper: tra il 2 e il 4 novembre sono stati documentati quattro attacchi aerei nel settore orientale dell’area di responsabilità e oltre 300 traiettorie di colpi d’artiglieria, con una concentrazione nel settore occidentale. Il 3 novembre circa 200 colpi d’armi leggere sono passati sopra o sono caduti nelle immediate vicinanze di una postazione dell’Onu, ha riferito Dujarric, denunciando anche ostacoli alla libertà di movimento delle pattuglie.

Sul fronte politico israeliano, al termine delle consultazioni alla residenza presidenziale di Gerusalemme il bilancio ha indicato 67 parlamentari a favore dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot e 46 per il premier uscente Benjamin Netanyahu. Sulla base di questi numeri, il primo mandato esplorativo di 28 giorni sembra destinato all’ex generale. La Lista Unita dei partiti arabi ha annunciato un appoggio esterno a Eisenkot, definito una scelta strategica per garantire la stabilità del futuro governo, mentre Mansour Abbas del partito Ra’am ha espresso la volontà di far parte della maggioranza e ha manifestato sostegno al piano proposto da Trump per la Striscia di Gaza, chiedendo il disarmo di tutte le fazioni armate, compresa Hamas. Allo stesso tempo gli ultraortodossi di Ebraismo Unito della Torah hanno rotto l’alleanza con Netanyahu e non hanno indicato un candidato premier, contribuendo al rimescolamento degli equilibri parlamentari. I partiti contrari a Netanyahu hanno chiesto di calendarizzare anticipatamente l’elezione del presidente della Knesset, come prova di forza per la nuova maggioranza.

Il quadro rimane quindi segnato da forti tensioni militari e diplomatiche su più fronti: minacce pubbliche, rivendicazioni non verificate di azioni belliche e richieste internazionali di accertamenti e mediazione.

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