Teheran tra diplomazia e minacce: resistenza alle sanzioni, controllo dello Stretto e accuse agli Stati Uniti

Teheran rilancia la propria linea di resistenza politica, militare ed economica mentre in mare e sulla terra aumentano tensioni e contrapposizioni tra Iran, Stati Uniti, Israele e paesi della regione.

La leadership iraniana, dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei al presidente Masoud Pezeshkian e al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha posto enfasi sulla necessità di coesione interna, sul rafforzamento della produzione nazionale e sulla riduzione della dipendenza dal dollaro negli scambi commerciali. Khamenei ha chiesto di vietare atti o discorsi che possano danneggiare la coesione sociale, apprezzando al contempo la gestione dell’emergenza da parte del presidente.

Pezeshkian ha ammesso che le sanzioni statunitensi stanno danneggiando l’economia: nelle ultime settimane, ha detto, esportazioni e importazioni iraniane sono calate tra il 25% e il 35%, in concomitanza con il blocco navale imposto dagli Usa. Il presidente ha inoltre dichiarato che durante il periodo di vigenza del Memorandum d’Intesa con Washington l’Iran ha esportato circa 90 milioni di barili di petrolio. Pezeshkian ha definito l’intesa di Islamabad un successo diplomatico e ha chiesto garanzie sull’attuazione degli impegni americani, inclusa la revoca delle sanzioni e lo sblocco di fondi iraniani congelati.

Araghchi ha rivolto accuse dirette agli Stati Uniti, sostenendo che Washington stia «manipolando i mercati energetici» e che elementi dell’amministrazione utilizzino «media creduloni» per influenzare i prezzi a proprio vantaggio. In vari interventi il ministro ha chiesto l’unità dei paesi musulmani e ha ribadito che l’Iran risponderà «al fuoco col fuoco» a eventuali attacchi, indicando le basi americane nella regione come potenziali obiettivi.

I Pasdaran hanno rilanciato una posizione opposta a quella statunitense sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, dichiarando che lo Stretto è «chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con la Repubblica Islamica dell’Iran». Contrariamente a questa versione, il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato di aver rimosso con successo le mine navali iraniane dalle rotte internazionali nello Stretto, affermando che le rotte riconosciute sono ora libere da mine e che le forze statunitensi hanno assistito quasi 1.500 navi nel transito, trasportando circa 750 milioni di barili di greggio.

Sullo stato del traffico marittimo, i dati citati indicano una situazione mista: dall’inizio del conflitto la Organizzazione marittima internazionale stima almeno 400 navi bloccate e circa 6.000 marittimi intrappolati, con 70 attacchi alle rotte e 19 vittime tra i marinai. L’UKMTO ha invece registrato un aumento del transito nello Stretto, con una media di circa 29 navi mercantili al giorno nell’ultima settimana e 103 ingressi contro 101 uscite.

La crisi sul terreno prosegue. In Cisgiordania decine di coloni israeliani hanno attaccato il villaggio di Qusra, dove sono stati incendiati terreni e sono scoppiati scontri; secondo fonti locali una donna palestinese è rimasta ferita e complessivamente sarebbero almeno cinque i palestinesi feriti oggi in episodi di violenza dei coloni tra Qusra e Jalud. L’Idf ha reso noto di essere intervenuta per «rimuovere i rivoltosi israeliani dall’abitazione al fine di proteggere i residenti», avendo sequestrato tre veicoli; il primo ministro Benjamin Netanyahu ha condannato quegli episodi definendoli «atti di violenza criminale», senza precisare se siano stati effettuati arresti.

Nei territori occupati e nella Striscia di Gaza le Forze di difesa israeliane hanno riferito di avere ucciso due comandanti, uno di Hamas e uno della Jihad islamica, in attacchi condotti nelle aree di al-Shati e Sabra. L’Idf ha inoltre confermato l’attacco al complesso dell’ospedale dei Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah con l’obiettivo di colpire «un comandante» del braccio militare di Hamas; secondo fonti locali l’attacco condotto con droni ha provocato diversi feriti. Sempre nella Striscia, un attacco con drone a Khan Younis ha provocato almeno due vittime, mentre al-Musaddar registra almeno un morto.

In Cisgiordania le operazioni israeliane hanno incluso un attacco aereo nell’area di Jenin in cui l’Idf ha detto di avere eliminato tre miliziani, tra cui un esponente locale di Hamas, e di aver trovato armi nel loro veicolo. Nel campo profughi di al-Amari, ad al-Bireh, un raid israeliano ha ferito due persone, tra cui un ragazzo di 15 anni.

Sulla frontiera settentrionale, l’Unifil ha documentato un elevato livello di attività dell’artiglieria israeliana sul confine libanese: tra il 21 e il 27 agosto i peacekeeper hanno registrato 1.030 traiettorie di proiettili nel sud del Libano, una media di circa 147 al giorno, sottolineando che la situazione resta «fragile» e che infrastrutture e abitazioni civili risultano danneggiate. I media libanesi riportano inoltre un attacco di droni israeliani su Nabatieh; nei giorni scorsi raid israeliani nella stessa area avevano provocato vittime civili, incluso il decesso di una donna in Arab Salim segnalato il 27 agosto. Hezbollah ha criticato un accordo quadro tra Libano e Israele, definendolo umiliante e illegittimo.

Altre dinamiche includono il progressivo rientro di personale diplomatico e familiari statunitensi in alcune ambasciate del Medio Oriente dopo riduzioni di organico nei primi giorni del conflitto, e rilevazioni sull’impatto militare della guerra: il Wall Street Journal ha riportato preoccupazioni su un forte consumo di munizioni americane e sul possibile indebolimento della capacità di risposta verso altre minacce, tesi respinte dal Pentagono e dalla Casa Bianca.

Infine, mentre la tensione resta alta, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per istituire la US Space Academy durante una cerimonia alla NASA, sottolineando il ruolo strategico delle attività spaziali in scenari di crisi come quello nello Stretto di Hormuz.

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