Roma — La Santa Sede ha rimesso in chiaro i fatti dopo l’annuncio della Casa Bianca sul cessate il fuoco a Oleshky: il ponte diplomatico che ha portato alla tregua tra Mosca e Kyiv è stato avviato dal Papa, non dalla prima dama, sostiene il Vaticano.
Il 23 ottobre la Casa Bianca attribuì a Melania Trump il merito di aver ottenuto una tregua che avrebbe permesso l’arrivo di aiuti umanitari e l’evacuazione di persone anziane da Oleshky. La nota della First Lady non citò però l’intervento personale di Papa Leo XIV.
Secondo il Vaticano, il Pontefice aveva telefonato a Vladimir Putin il 16 ottobre mentre era ancora in convalescenza dopo un’operazione per rimuovere un tumore polmonare; il 19 ottobre parlò poi con Volodymyr Zelensky. Entrambe le chiamate erano finalizzate a ottenere un cessate il fuoco per la città, dove si trovavano circa 2.000 residenti intrappolati.
Kremlin e presidenza ucraina riconobbero il ruolo del Papa nell’avvicinare le posizioni. L’azione di Papa Leo XIV è stata inoltre il culmine di una mediazione più ampia guidata dal cardinale Matteo Zuppi, impegnato nelle settimane precedenti con le autorità russe e ucraine per salvare gli abitanti della città.
La Santa Sede ha evitato di trasformare l’episodio in uno scontro diplomatico pubblico, ma ha corretto la narrazione il 24 ottobre con un articolo di prima pagina su L’Osservatore Romano, sottolineando che la tregua segue l’appello del Pontefice. Il quotidiano vaticano ha anche riportato che Dmytro Lubinets, commissario per i diritti umani del parlamento ucraino, confermò l’accordo e ringraziò Melania Trump per il contributo alla pratica del cessate il fuoco.
A complicare ulteriormente i rapporti tra Vaticano e Casa Bianca è stato un episodio avvenuto tra il 22 e il 23 ottobre: in Oval Office una dozzina di vescovi cattolici si sono raccolti in preghiera intorno al presidente Donald Trump. Un video dell’incontro è stato pubblicato su X dall’advisor della comunicazione della Casa Bianca, Margo Martine, e dall’account ufficiale dell’Arcidiocesi di Denver. Fonti giornalistiche indicano che la riunione sarebbe stata organizzata da Mario Enzler, ex Guardia Svizzera e consigliere del Heritage Foundation.
La Conferenza dei Vescovi Cattolici statunitensi (USCCB) ha precisato di non essere stata coinvolta nell’organizzazione dell’evento. Diversi presuli si sono dissociati dall’uso politico dell’incontro: due vescovi si sono pubblicamente scusati per la strumentalizzazione della preghiera, mentre l’arcivescovo di Denver ha difeso il dialogo avuto con il presidente su temi come la tutela della vita e la dignità della persona.
Con il voto per le elezioni di medio termine alle porte, la scena politica è particolarmente sensibile. La conferenza episcopale statunitense, che comprende circa 450 vescovi tra attivi, ausiliari e in pensione, ha invitato i cattolici a valutare i candidati «in base alle azioni, non solo alle promesse», nella ricerca del bene comune. Più voci critiche verso la Casa Bianca sono arrivate da tre cardinali vicini a Papa Leo XIV — Blase Cupich, Joseph Tobin e Robert McElroy — sui temi della politica estera e delle politiche migratorie.
Più in generale, molte gerarchie episcopali si sono mostrate preoccupate per diverse scelte dell’amministrazione, tra cui gli scontri con il Pontefice, le misure sulle migrazioni dall’America Latina, la gestione del conflitto in Iran e una proposta poi ritirata di trasmettere in diretta un’esecuzione. Organizzazioni come CatholicVote continuano a mobilitare l’elettorato cattolico sui temi dell’aborto, della libertà religiosa e dell’identità di genere.
I riflessi elettorali sono misurabili nei sondaggi: un’indagine del Pew Research Center rileva che l’approvazione di Trump tra i cattolici è scesa dal 47% all’inizio del suo secondo mandato al 30% a ottobre 2026. Il calo è marcato anche tra i cattolici bianchi (dal 59% al 39%) e tra i cattolici ispanici (dal 31% al 18%).