Frana glaciale travolge il confine Nepal-Tibet: evacuazioni e rilevazioni sismiche non tettoniche

Un vasto blocco di ghiaccio staccatosi da un ghiacciaio a circa 5.200 metri d’altitudine è ritenuto all’origine della colata di fango e detriti che ha devastato aree al confine tra Nepal e Tibet. La massa, scivolata per migliaia di metri, ha trascinato rocce, sedimenti, alberi e tutto ciò che ha incontrato lungo il percorso trasformandosi in un flusso violento e incontrollabile.

Le telecamere sul lato cinese hanno registrato la colata travolgere in pochi secondi il posto di frontiera di Gyirong, un grande edificio, veicoli e persone in fuga. La piena ha poi proseguito valle giù, entrando in Nepal e trascinando con sé abitazioni, strade, ponti e i loro occupanti. Riprese e segnalazioni mostrano il fiume che, scendendo, ha accumulato sempre maggior quantità di fango, rocce e vegetazione.

Gli strumenti sismici hanno rilevato il collasso alle 8:37 locali (4:52 in Italia). Inizialmente l’evento è stato classificato con una magnitudo superiore a 5, ma ulteriori analisi delle onde sismiche e delle immagini satellitari hanno portato lo United States Geological Survey a stabilire che non si trattava di un terremoto tettonico: il segnale è stato generato dal collasso del ghiacciaio e dalla successiva colata di detriti.

Per ora restano aperte due ipotesi sulla dinamica che ha accentuato la piena. Potrebbe essersi verificato lo svuotamento improvviso di un lago glaciale (GLOF), cioè il cedimento della barriera di rocce e detriti che trattiene l’acqua di fusione. In alternativa, il blocco di ghiaccio e i detriti potrebbero aver ostruito temporaneamente il corso d’acqua formando una diga naturale, poi ceduta con una piena improvvisa.

Gli esperti valutano le dimensioni della frana: Simon Cox, scienziato del GNS Science della Nuova Zelanda, stima un volume possibile compreso tra mezzo milione e diverse decine di milioni di metri cubi, ma saranno necessari ulteriori studi per determinare le dimensioni esatte.

Alcuni ricercatori sottolineano il ruolo dell’acqua all’interno e sotto i ghiacciai, che può accumularsi e poi essere rilasciata d’un tratto. Adrian McCallum, glaciologo dell’Università della Sunshine Coast, ha osservato che la liberazione simultanea di una grande quantità d’acqua è una possibile spiegazione per la discesa improvvisa osservata. L’idrologo Hatim Sharif, dell’Università del Texas a San Antonio, ha evidenziato come la miscela di acqua, fango e detriti si muova ad alta velocità e si comporti come «cemento liquido», rendendo le possibilità di fuga estremamente ridotte; l’unica protezione efficace indicata è raggiungere un’altura di almeno sei metri.

Le autorità nepalesi, informate delle prime inondazioni intorno alle 9 locali, hanno lanciato l’allarme alle comunità lungo il fiume invitando gli abitanti a raggiungere zone sicure. Non è ancora chiaro quante persone abbiano ricevuto l’avviso né quanto tempo abbiano avuto per allontanarsi.

Gli esperti giudicano prematuro attribuire direttamente l’evento al cambiamento climatico. Tuttavia, ricordano che il riscaldamento globale sottopone i ghiacciai himalayani a una pressione crescente, accelerandone il ritiro e aumentando il rischio di collassi e di improvvise esondazioni dei laghi glaciali, con conseguenze anche sulle risorse idriche a valle.

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