Il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40.000 miliardi di dollari, mentre i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza hanno toccato i massimi di anni, alimentando timori per ripercussioni sui mercati europei.
L’aumento dei tassi Usa a lungo termine tende a trascinare al rialzo anche i rendimenti del Bund e dei BTP, costringendo i titoli pubblici europei ad adeguarsi per restare attraenti. Per i paesi più esposti dell’Eurozona, in particolare l’Italia, ciò si traduce in un allargamento dello spread e in un aumento immediato del costo del finanziamento pubblico.
Il rafforzamento del dollaro legato alla corsa dei rendimenti deprezza l’euro e favorisce l’importazione di inflazione in Europa, visto che molte materie prime rimangono denominate in dollari. Sul fronte azionario, l’impennata dei tassi oltreoceano ha già spinto capitali fuori dai listini europei, con effetti soprattutto sui settori tech e bancario. Anche le aziende esportatrici europee, che vedono negli Stati Uniti il primo mercato di sbocco, valutano con preoccupazione l’impatto di un bilancio americano appesantito dagli interessi sul debito.
A Washington il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha ripetuto di avere margini per intervenire sui mercati dei titoli di Stato, ma le sue rassicurazioni non hanno avuto l’effetto sperato. Mercoledì scorso l’amministrazione è ricorsa a un corposo aumento dei riacquisti di Treasury per contenere i rendimenti: l’effetto è durato poche ore prima che i tassi riprendessero la salita. I rendimenti dei titoli a 30 anni sono tornati su livelli non visti dalla crisi finanziaria del 2008.
Più fattori hanno contribuito alla correzione del mercato obbligazionario: l’inflazione, i dubbi sulla disponibilità del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ad aumentare i tassi, e il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi di JP Morgan, le hyperscaler dell’IA hanno emesso 219 miliardi di dollari di debito da inizio anno, offrendo agli investitori alternative credibili ai Treasury.
Cresce inoltre la percezione che gli Stati Uniti siano diventati un attore più imprevedibile nell’economia globale, tra conflitti internazionali e un regime tariffario variabile. Tra gli strumenti a disposizione del Tesoro sono citati buyback più massicci e una ricalibrazione delle scadenze del debito verso emissioni a breve termine, mosse che però comporterebbero costi politici ed economici rilevanti.
Nei sistemi finanziari è nato il neologismo “Bessent put” per indicare la convinzione che il ministro possa ricorrere a mosse improvvise per fermare le scommesse contro i Treasury. Il vero nodo rimane la credibilità: con i rendimenti a 30 anni intorno al 5,2%, la sostenibilità del debito è tornata al centro del dibattito. Le banche centrali del G7, in vista del simposio di Jackson Hole, seguono con crescente preoccupazione l’evoluzione della base dei creditori americani.
Del totale di 40.000 miliardi, circa l’80% — ovvero 32.000 miliardi — è in mano a investitori pubblici e privati. All’interno degli Stati Uniti, il maggiore detentore è la Federal Reserve con 4.528 miliardi, seguita dai fondi comuni con 5.195 miliardi, dalle banche commerciali con 2.083 miliardi e dai fondi pensione con 1.135 miliardi. La quota di debito detenuta all’estero è salita dal 5% del 1970 al 32% attuale. In cima ai creditori esteri si collocano il Giappone con 1.203 miliardi, il Regno Unito con 889 miliardi e la Cina con 683 miliardi.
Il sorpasso della soglia dei 40.000 miliardi, con l’ultimo miliardo accumulato in appena cinque mesi, riflette la dinamica di un governo che spende costantemente più di quanto incassa tra difesa, previdenza e servizio del debito. Il servizio del debito assorbe oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno. Il rapporto debito/PIL si attesta intorno al 128%, aggravato dalla perdita di gettito attribuita ai tagli fiscali attuati dai presidenti repubblicani George W. Bush e Donald Trump.