Bologna, 31 ottobre 1926. Durante la serata per l’inaugurazione dello stadio Littoriale, un colpo di pistola rivolto verso Benito Mussolini scosse la parata che lo riportava all stazione. Il proiettile attraversò la fascia dell’Ordine Mauriziano che il capo del governo portava, conficcandosi nel sedile dell’Alfa Romeo rossa guidata dal ras felsineo Leandro Arpinati. Mussolini rimase illeso.
Nel fuggi-fuggi che seguì, il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Acclavi deviò il braccio che impugnava la rivoltella; il tenente del 56º fanteria Carlo Alberto Pasolini, futuro padre del regista Pier Paolo Pasolini e incaricato del servizio d’ordine militare, immobilizzò tra la folla il presunto attentatore, il quindicenne Anteo Zamboni, fattorino di una tipografia.
Subito dopo l’arresto la situazione precipitò: giunsero di corsa le camicie nere guidate da Arpinati e gli arditi di Albino Volpi. Il giovane fu raggiunto e linciato per strada; sul suo corpo furono poi riscontrate quattordici profonde ferite da pugnale, un colpo di arma da fuoco e tracce di strangolamento.
L’episodio fu utilizzato a livello politico per accelerare misure repressive: il 9 novembre 1926 furono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione; il 26 novembre, da un parlamento già epurato, vennero approvate le Leggi speciali per la difesa dello Stato e l’istituzione del Tribunale speciale, con effetto dal 6 dicembre, e fu ripristinata la pena di morte per i delitti politici.
Anteo Zamboni, registrato all’anagrafe come “Ateo” dal padre Mammolo — noto anarchico e tipografo — risultava minore di quindici anni nell’aspetto, introverso e soprannominato “Patata”. In famiglia circolavano idee anarchiche; tuttavia Mammolo stampava anche materiale per il Pnf. La zia Virginia Tabarroni, sorella di Viola (moglie di Mammolo), e il fratello maggiore Ludovico facevano parte dell’ambiente familiare citato nelle indagini.
La famiglia respinse fin dall’inizio l’ipotesi del complotto e sostenne l’innocenza del ragazzo. Il Tribunale speciale, il 7 settembre 1928, condannò Mammolo Zamboni e Virginia Tabarroni a trent’anni di reclusione per istigazione all’omicidio di Mussolini e per aver preparato la guerra civile. I fratelli Ludovico — che al momento dell’attentato si trovava a Milano — e Assunto furono assolti dall’accusa di coinvolgimento, ma subirono cinque anni di confino per pericolosità sociale legata all’attività antifascista.
Le indagini successive al linciaggio toccarono ambienti interni al fascismo: vennero richiamati i rapporti tra Arpinati e Mammolo Zamboni e i legami con il ras di Cremona Roberto Farinacci. L’intervento diretto dei vertici del partito bloccò ogni approfondimento: il responso ufficiale identificò all’istante il “colpevole” nel nucleo familiare, senza far luce su discrepanze riguardo all’arma e ai bossoli rinvenuti.
Nel novembre 1932 i fratelli Zamboni ottennero la grazia di Mussolini dopo l’intercessione di Arpinati, che aveva presentato al Duce un memoriale difensivo redatto dall’avvocato Roberto Vighi. L’anno precedente Assunto si era trasferito in Svizzera e, pur entrando in contatto con circoli antifascisti, divenne informatore dell’Ovra dopo il contatto con l’attrice Graziella Roda, indicata come agente provocatore sotto copertura, che gli aveva promesso intercessioni per il padre e la zia.
Durante il regime Mammolo Zamboni continuò a lavorare come tipografo sotto una sorveglianza di polizia e mantenne la tesi dell’innocenza del figlio. Dopo la caduta del fascismo cambiò versione: nel 1946 pubblicò un libretto in cui descrisse Anteo come vittima e primo martire dell’antifascismo. Mammolo Zamboni morì a Bologna il 11 agosto 1952 all’età di settant’anni.