Intercettazioni e ammissioni: nuovi elementi collegano Lavitola ai quattro esecutori dell’attentato a Ranucci

Una frase captata durante una perquisizione ad Avellino e la successiva ammissione in carcere di Valter Lavitola hanno riaperto il quadro investigativo sull’attentato davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. Gli inquirenti valutano tre elementi che legano il faccendiere ai quattro avellinesi accusati di aver piazzato l’ordigno.

L’indizio emerso nelle prime ore del 30 giugno è contenuto in una intercettazione raccolta dai carabinieri nell’abitazione di Pellegrino D’Avino: “Avvisa Gomes che avvisa quell’altro”. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa, la frase viene considerata utile per ricostruire la catena di comando.

Un secondo elemento agli atti riguarda il soprannome usato per Lavitola: la moglie di D’Avino, Marika De Filippis, indagata, avrebbe chiamato l’imprenditore con il nomignolo “il Dottore”, lo stesso appellativo usato da Gomes Clesio Tavares, latitante ritenuto intermediario.

Il terzo elemento proviene da conversazioni in carcere di uno degli arrestati, che avrebbe espresso rabbia per comportamenti attribuiti a Tavares e a un terzo soggetto; la circostanza dovrà essere chiarita nel prossimo interrogatorio del detenuto, indicano gli atti.

I quattro avellinesi — Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis — hanno finora in massima parte scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Secondo il Messaggero, tuttavia, i quattro hanno ora chiesto tramite l’avvocato Generoso Pagliarulo di essere ascoltati dal pubblico ministero e mostrano interesse per la linea difensiva di Lavitola.

Nel corso delle indagini, i detenuti avrebbero seguito i telegiornali e manifestato preoccupazione per gli sviluppi, chiedendo in particolare cosa avrebbe dichiarato Lavitola, riferisce ancora il quotidiano.

L’arresto di Lavitola, il 10 agosto, ha segnato un punto di svolta. Nell’interrogatorio di garanzia del 12 agosto l’imprenditore, assistito dagli avvocati Sergio e Arturo Cola, avrebbe ammesso la regia dell’attentato: “È opera mia, volevo proteggerlo”, frase riportata negli atti.

Tale ammissione ha indotto i pm a scartare piste alternative precedentemente seguite, mentre la ricostruzione investigativa aggiornata individua Lavitola alla guida dell’operazione, Tavares quale intermediario e i quattro avellinesi come esecutori materiali.

Le versioni però non sono tutte coerenti: nel corso di un interrogatorio Lavitola aveva sostenuto di aver incaricato Tavares di un’azione dimostrativa più limitata — secondo quanto riportato, alcuni colpi di pistola contro il muro dell’abitazione — e di non aver previsto l’uso di una bomba. Gli investigatori dovranno verificare la discrepanza con il ritrovamento di un ordigno realizzato con gelatina da cava, considerata più pericolosa di quanto descritto dall’imprenditore.

Sotto il profilo probatorio, fino ai primi di agosto gli elementi a disposizione dell’antimafia romana erano costituiti soprattutto da intercettazioni, agganci delle celle telefoniche dei quattro esecutori nelle vicinanze dell’abitazione di Ranucci e analisi del Reparto investigazioni scientifiche sull’esplosivo. Le acquisizioni sono ritenute solide ma, secondo la stampa, non ancora sufficienti per sostenere un processo.

Al momento resta da chiarire il movente. Lavitola ha più volte dichiarato che l’azione mirava a proteggere l’amico Ranucci; i carabinieri del Nucleo investigativo, invece, ipotizzano che l’attentato potesse servire a rilanciare la popolarità del conduttore in vista di una possibile candidatura politica per la quale Lavitola stava lavorando.

L’imprenditore dovrà inoltre spiegare agli inquirenti il fatto che, al momento dell’arresto, era stato trovato con una valigia pronta. Nei giorni in arrivo è attesa l’udienza davanti al tribunale del Riesame: Lavitola chiederà di far cadere il pericolo di fuga e di ottenere gli arresti domiciliari.

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