La telefonata di oltre due ore tra Valter Lavitola e il giornalista Sigfrido Ranucci è finita agli atti dell’inchiesta della procura di Roma dopo la perquisizione a casa del faccendiere. I carabinieri si erano presentati il 4 luglio, sequestrando computer e telefoni e accusando Lavitola di essere il mandante dell’attentato a Ranucci.
Alle 3:56 della stessa notte Lavitola chiamò il conduttore di Report. Gli atti definiscono la conversazione «di fondamentale importanza per le indagini». Secondo i magistrati, il faccendiere cercò di ottenere comprensione e sostegno dall’amico, provando a dirigere il suo ragionamento verso piste diverse da quelle seguite dagli inquirenti.
Nel corso della telefonata Lavitola ricordò che due giorni prima Ranucci era stato ascoltato dai magistrati e insinuò che gli investigatori potessero avere elementi anche contro il giornalista. Ranucci, secondo le carte, apparve spiazzato e preoccupato, ribadendo di essere stato convocato e di essersi recato immediatamente da Bologna per chiarire la sua posizione.
I membri del commando incaricato di piazzare l’ordigno il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia risultano già arrestati. Nel colloquio Lavitola evocò la possibilità che la banda avesse indicato lui come mandante e disse agli investigatori «Il movente me l’hanno detto», sostenendo che gli accertamenti fossero orientati a ritenere che l’azione fosse stata compiuta per accrescere la visibilità del giornalista.
La conversazione contiene passaggi in cui Lavitola suggerisce scenari alternativi e propone anche di mettere in comune una versione: «Si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo. Tanto vale che diciamo che l’abbiamo preparato insieme», si legge negli atti. Ranucci, invece, cerca di smontare la tesi accusatoria osservando che non emerge un movente chiaro.
Il giornalista chiese inoltre spiegazioni sul ruolo di Gomes Clesio Tavares, indicato negli atti come il tuttofare di Lavitola accusato di aver assoldato il commando: «Perché lo avete tirato in mezzo?», gli domandò. In un altro passaggio Ranucci invoca nomi emersi nelle indagini e contesta la scelta di coinvolgere persone considerate inesperte.
Al termine del colloquio Lavitola, secondo le carte, diede l’impressione di rassegnazione dicendo «L’inchiesta è chiusa», mentre Ranucci replicò che «Quando ci sarà da contestare questi fatti, risponderò». I magistrati annotano che il giornalista «appare incredulo e convinto che la pista da seguire sia un’altra. Non dubita della fedeltà dell’amico».
Negli atti emergono anche altri contatti e dichiarazioni attribuiti a Lavitola: parlando con un interlocutore identificato come Ivan affermò che la difesa di Ranucci avrebbe avuto valore per la sua reputazione; alla compagna disse di temere l’arresto ma non pericoli estremi. In un interrogatorio successivo davanti ai magistrati Lavitola ha ribadito di essere «sconvolto» da quanto accaduto e di essere stato sollevato dalla difesa del giornalista.
I legali di Lavitola hanno annunciato che la prossima settimana presenteranno richieste di riesame e chiederanno un nuovo interrogatorio.