MILANO — Il 5-1 rifilato al Lecce ha consacrato un momento di svolta per il Frosinone e, soprattutto, per il suo allenatore: Massimiliano Alvini. L’ex tecnico che ha portato la squadra in A sul campo continua a sorprendere la massima serie grazie a una storia costruita con pazienza e sacrificio.
Alvini conta ventisei stagioni consecutive da allenatore. Ha dichiarato di avere quasi 500 panchine nei professionisti e un analogo impegno nei campionati dilettantistici. Nel corso dell’attuale campionato i suoi ragazzi hanno ottenuto risultati inattesi, tra cui la vittoria a Como, e lui mantiene la misura: dopo il successo a Lecce ha avvertito che “con 17 punti non vai da nessuna parte” e che occorre lavorare gara dopo gara.
L’origine del percorso è nei campi toscani. Da calciatore a Signa, racconta di non esser mai stato un talento puro ma di avere curiosità e applicazione. Da allenatore ha affrontato condizioni spartane: sedute alle 20.30 su un rettangolo di 40 metri per 30 illuminato da un solo faro, si ricorreva talvolta ai fari delle auto parcheggiate. All’epoca il suo stipendio da giocatore era di 700.000 lire al mese; per arrotondare viaggiava come rappresentante di calzature con il fratello e sfruttava i trasferimenti per osservare tecnici affermati.
I nomi che ha studiato sono i colleghi di allora: Sarri a Empoli, Conte ad Arezzo, Baldini a Empoli, Ventura a Pisa e Giampaolo a Siena. Tra le figure che lo hanno segnato cita Corrado Orrico: negli anni Novanta si fermava a osservare gli allenamenti alla Lucchese, copiando la cosiddetta “gabbia”, uno strumento che oggi utilizza anche a Frosinone con barriere basse.
La carriera ha conosciuto tappe importanti e qualche ferita. Con il Tuttocuoio nel 2010 vinse campionato di Eccellenza, Coppa Toscana e la Coppa Italia nazionale, ottenendo anche un riconoscimento da parte di Carlo Tavecchio. È arrivato al professionismo solo a 45 anni. La prima esperienza in Serie A, sulla panchina della Cremonese, si concluse con un esonero che Alvini definisce comunque una bella esperienza nella quale, a posteriori, ritiene di non aver avuto abbastanza coraggio nel difendere le proprie idee.
La rivincita è arrivata a Frosinone, con la promozione sancita dal 5-0 a Mantova: per lui quel successo rimane il coronamento di una carriera. Qui ha potuto sperimentare soluzioni tattiche e impostare una squadra propositiva; come sottolinea, l’intenzione è di non aspettare gli avversari ma di provare a determinare le partite, e la recente affermazione a Lecce ha confermato i progressi del gruppo e di singoli come Raimondo.
L’allenatore rimane curioso ma poco incline a inseguire le mode: pur studiando tecnici contemporanei come Luis Enrique e Klopp, rivendica di aver adottato certe soluzioni molto prima che diventassero popolari. Anche l’approccio ai dati è pragmatico: li usa ma non li considera l’unica strada per vincere.
Fuori dal campo Alvini è legato alla famiglia rimasta a Fucecchio; la moglie, commercialista, non sempre può seguirlo nei continui trasferimenti e lui cerca di recuperare il tempo perso con i figli e i genitori. Tra le letture e i film che lo ispirano cita la biografia di Sergio Marchionne e Il maledetto United. Tra i rimpianti la scarsa conoscenza dell’inglese, che ora studia, e tra i sogni quello di un giorno sedere sulla panchina della Nazionale, ispirato anche dall’esperienza di Baldini.
Per ora la priorità resta il cammino con il Frosinone in Serie A: Alvini non ha rinunciato alle sue convinzioni e continua a portare in campo la filosofia costruita in decenni di lavoro, dalla vendita di suole alle notti illuminate da un unico faro.