Tel Aviv, 25 ottobre 2026 — Migliaia di familiari degli ostaggi hanno riempito nuovamente le piazze di Tel Aviv per chiedere la fine del mandato di Benjamin Netanyahu e ottenere un’inchiesta ufficiale sulle responsabilità legate al massacro del 7 ottobre.
I manifestanti accusano il premier di non essere riuscito a impedire l’attacco e di aver ignorato appelli per la mediazione. Tra le denunce, la più forte riguarda 47 ostaggi che, secondo i familiari, non sono stati restituiti ma uccisi dai rapitori.
Tra i presenti c’era Ayal Eshel, padre di Rony, una delle soldate di guardia al muro di Gaza che diede il primo allarme. Eshel ha raccontato che di sua figlia, “morta tra le fiamme”, non ha più avuto nulla e ha ribadito la richiesta di una indagine ufficiale che finora il governo ha negato.
La promessa di avviare un’indagine è stata messa sul tavolo dal candidato dell’opposizione Gadi Aysenkot, citato dagli organizzatori delle proteste come alternativa alle posizioni dell’esecutivo.
Vicky Cohen, riunita con il figlio dopo la prigionia nei tunnel di Gaza, ha attribuito responsabilità politiche a Netanyahu, affermando che ha reso forte Hamas e ne ha favorito l’azione nel corso degli anni.
Alla manifestazione hanno partecipato anche persone arrivate dall’estero, tra cui cittadini israeliani giunti dall’Italia che hanno dichiarato l’intenzione di recarsi alle urne, ritenendo fondamentali le prossime elezioni. Alcuni di loro hanno espresso supporto a un’alleanza con i partiti della minoranza araba per ottenere una maggioranza politica e coinvolgere la comunità araba nel processo civile del paese.
La mobilitazione di Tel Aviv segue giorni di proteste e richieste pubbliche che mettono al centro il tema della responsabilità del governo per quanto accaduto il 7 ottobre e il destino dei prigionieri.