Il testo dell’accordo firmato il 17 agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, noto come patto della Mecca, è stato reso pubblico dal quotidiano Middle East Eye. Si tratta di un’intesa di durata minima decennale che istituisce obblighi reciproci in materia di difesa, intelligence e industria militare.
Il documento stabilisce che, qualora la sovranità, l’integrità territoriale o i confini internazionalmente riconosciuti di una delle Parti risultino minacciati, le Parti utilizzeranno i mezzi necessari per neutralizzare tale minaccia. Se una Parte subisce un attacco armato da un altro Stato o da un gruppo di Stati, le altre forniranno assistenza immediata avvalendosi dei mezzi di mutuo soccorso disponibili. Un attacco esterno sarà considerato un attacco contro tutte le Parti, sul modello dell’articolo 5 della Nato.
Il livello e la natura del sostegno saranno decisi dai singoli Stati in base alle risorse a disposizione, incluse capacità e mezzi militari. L’accordo impone inoltre collaborazione nella condivisione di intelligence, nell’addestramento delle forze armate e nella fornitura di equipaggiamenti, carburante e altro materiale di difesa.
Sul fronte industriale la cooperazione è un punto centrale: la Turchia è indicata come importante produttore di droni — i Bayraktar sono stati venduti a oltre 35 Paesi —, il Pakistan figura come potenza nucleare e l’Arabia Saudita dispone di uno degli arsenali più avanzati e costosi; nel 2022 Riad risultava al quinto posto per spesa militare.
Il patto è vincolante per almeno dieci anni: prima del termine nessuna Parte può ritirarsi; allo scadere dei dieci anni il recesso è possibile solo con tre mesi di preavviso. Il testo è stato ottenuto da Middle East Eye dopo che il presidente turco Erdogan lo ha presentato al Parlamento di Ankara per l’approvazione.
Il primo banco di prova dell’intesa è il conflitto fra Arabia Saudita e Houthi nello Yemen. Riad ha chiesto l’attivazione del patto, ma la sua piena applicazione dipende dall’approvazione parlamentare nei Paesi firmatari. Pakistan e Turchia hanno già annunciato un impegno di supporto militare ai sauditi, specificando che sarebbe a carattere difensivo e senza partecipazione a operazioni di terra nello Yemen.
Anche il Cairo sta valutando l’adesione: l’Egitto, il Paese arabo più popoloso con l’esercito più potente della regione, ha visto il presidente al Sisi chiedere al Parlamento di votare una missione di sostegno difensivo a favore dell’Arabia Saudita. Come Ankara e Islamabad, il governo egiziano ha ribadito che non intende intervenire in operazioni offensive sul terreno in Yemen.
Da quando la crisi con i filoiraniani Houthi si è riaccesa, l’Arabia Saudita ha ricevuto sostegno internazionale: l’Italia ha mezzi e uomini sul terreno a sostegno della difesa di Riad; la Gran Bretagna ha inviato caccia Typhoon per intercettare missili Houthi; la Grecia ha schierato sistemi Patriot e personale per il loro impiego; la Francia ha fornito altri sistemi di difesa.
A differenza del sostegno offerto singolarmente da questi Paesi, il patto della Mecca delinea un’alleanza che integra aspetti militari, industriali e di intelligence, configurando un modello che alcuni osservatori definiscono una possibile “Nato d’Oriente” qualora il progetto proseguisse nei prossimi passi.