Garlasco, Sempio nega responsabilità e contesta l’impronta 33

Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha risposto pubblicamente agli elementi raccolti dalla Procura di Pavia contestando diverse conclusioni dell’inchiesta.

In studio televisivo Sempio ha dichiarato in sintesi che “l’impronta 33 non è mia” e ha negato di avere avuto rapporti intensi o un’ossessione per la vittima. Ha aggiunto di non avere mai posseduto il numero di cellulare di Chiara Poggi, di aver sempre portato scarpe numero 44 e di non aver mai visto i presunti filmati intimi della giovane.

Sempio ha poi rilanciato una lettura alternativa dell’impronta trovata sulle scale della cantina: secondo lui la traccia, identificata come “33”, non sarebbe riconducibile a una sola persona e sarebbe solo una delle molte impronte presenti sul muro vicino al cadavere. Ha sostenuto che, se dovesse emergere con certezza che l’orma è sua, lo si accetterebbe, ma ha insistito che la presenza dell’impronta in quel punto non determina automaticamente un collegamento con l’omicidio.

I pubblici ministeri di Pavia, nella seconda chiusura dell’indagine, si sono avvalsi di una consulenza del Racis che non ha escluso la presenza di tracce ematiche sull’impronta. Sempio ha replicato ricordando che agli esami effettuati all’epoca non risultò la presenza di sangue e, per come la vede lui, la questione sarebbe da considerare chiusa su quel punto.

Sulla questione del movente, che i pm ritengono di natura sessuale, Sempio ha osservato che nei giorni precedenti al delitto risultano tre chiamate al domicilio dei Poggi che, messe insieme, durerebbero meno di 30 secondi. Per lui questo non costituisce stalking né prova di un legame sistematico con la vittima. Riguardo ai video citati dagli investigatori, ha affermato di non averli mai visti né copiati e di averne appreso l’esistenza dai media; ha inoltre precisato che i file sarebbero rimasti sui computer di Stasi o di Chiara o sulla chiavetta di quest’ultima.

Dopo la nuova chiusura delle indagini a carico di Sempio, la Procura di Pavia ha trasmesso alla Procura Generale di Milano il fascicolo con gli atti perché valuti l’eventualità di chiedere la revisione della sentenza che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni di carcere. La procuratrice Francesca Nanni e la sua vice Lucilla Tontodonati stanno esaminando la documentazione; al momento non è stata presa alcuna decisione e i tempi per una determinazione non saranno brevi.

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