Gli Stati Uniti hanno intensificato la richiesta all’Italia di predisporre in tempi brevi una missione di carabinieri destinata alla formazione delle future forze di sicurezza nella Striscia di Gaza. La sollecitazione — diventata più insistente dopo Ferragosto — è raccontata in un retroscena firmato da Giuliano Foschini e Tommaso Ciriaco su Repubblica.
Sul piano operativo, secondo quanto riportato, Roma avrebbe già pianificato i dettagli militari della missione. Il progetto prevede l’impiego iniziale di almeno 200 carabinieri per avviare i corsi di formazione in basi in Giordania, ritenute gestibili nonostante i recenti attacchi iraniani a installazioni statunitensi nel Paese.
Il punto critico, tuttavia, è la fase successiva: Washington ha lasciato intendere che all’addestramento dovrebbe seguire un’attività di mentoring sul campo, che implicherebbe la presenza fisica dei carabinieri a Gaza. I report settimanali dell’intelligence italiana, si legge, descrivono uno scenario ancora «pericoloso e imprevedibile», e per questo Palazzo Chigi chiede approfondimenti e regole chiare prima di autorizzare qualsiasi dispiegamento.
Il pressing della Casa Bianca arriva in un contesto politico complesso. Dopo ripetuti attacchi verbali di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni non si sarebbe mai instaurata una tregua definitiva, ma, secondo Repubblica, sotto la superficie non sono mancati tentativi di riavvicinamento. La premier manterrebbe canali con J. D. Vance e Marco Rubio; Antonio Tajani dialogherebbe soprattutto con il segretario di Stato Usa; Guido Crosetto ha incontrato Pete Hegseth lo scorso giugno; e l’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, sarebbe molto attivo nella distensione.
La fretta della Casa Bianca sarebbe motivata anche dall’urgenza di mostrare risultati concreti nel Board of Peace, l’organismo voluto dagli Stati Uniti per sovrintendere l’amministrazione della Striscia, proprio mentre Benjamin Netanyahu è impegnato in una campagna elettorale che potrebbe condizionare il suo futuro politico.
Restano però numerosi nodi da sciogliere. Sul piano internazionale, Israele frena sul coinvolgimento della Turchia nella missione, nonostante il ruolo di Ankara. L’Italia, inoltre, risulterebbe presente solo come osservatore nel Board of Peace, senza essere pienamente integrata nella catena di comando, la cui composizione e i rapporti con eventuali altri soggetti giuridici non sono ancora definiti.
Un ulteriore ostacolo è l’assenza di chiarezza sul quadro normativo applicabile all’azione dei carabinieri in caso di affiancamento alla polizia locale: non è stabilito a quali leggi dovrebbero attenersi per arresti o atti giudiziari. Tra le opzioni vagliate c’è l’adozione delle norme dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ma anche questa soluzione non è stata chiarita.
Roma ribadisce da tempo che qualsiasi spedizione dovrà avvenire soltanto in condizioni di sicurezza adeguate, condizioni che — secondo i report dell’intelligence citati — al momento non sembrerebbero ancora sussistere. In assenza di queste garanzie, il governo continua a richiedere chiarimenti e paletti prima di assumere un impegno operativo.